Gli ampi orizzonti dei Final Step

Non sembrano molti oggi in Svizzera i gruppi che praticano il jazz elettrico post-davisiano, perlomeno in quella sua variante canonica che si è soliti definire «fusion». Il termine anzi più appropriato (per quanto antico e forse non sempre gradito ai musicisti stessi) sarebbe forse «rock-jazz». Nella fattispecie, il marchio bifronte indica uno stile che gli appassionati hanno ben presente, scandito da una intensa pulsazione ritmica, spesso ostinatamente binaria e funk. Ma non è una questione di termini soltanto: è più che altro una questione di cronologia. Certe combinazioni potenti di basso slap, fucilate del rullante sul secondo e il quarto tempo della battuta, accordi saltellanti di chitarra sulle corde più sottili, sembrano, a chi le ascolta con orecchio jazzistico, sempre un po’ obsolete, superate. Certa «fusion», dispiace dirlo, rischia di suonare posticcia e manierata, quasi una specie di «dixieland» del terzo millennio.

Eppure ci sono gruppi come i Final Step che sembrano essersi scelti una missione. Mantenere vivo e vivace il genere con nuove composizioni, nuove idee. Il tutto per proporre una reinterpretazione non soltanto filologica, ma evolutiva, «dall’interno», della sua pratica. Una cosa bisogna ammetterla: per dei giovani musicisti avventurarsi su una tessitura armonica ritmica di questo spessore è sicuramente un grande piacere. L’aspetto giocoso della band infatti viene a galla ad ogni passo se ci avventuriamo nell’ascolto dei quattro album del gruppo. Il maggior pericolo, in effetti, sta nella formula paventata da molti critici: «music for musicians». Ed è forse il peggior rimprovero che si possa muovere alla «fusion»… Ma per fortuna il successo ampio che il gruppo sta riscuotendo presso le platee meno settarie ci conferma che quando i musicisti si divertono, ogni pubblico può godersi lo spettacolo.

Se si guarda alla discografia della band (che oggi, è importante, preferisce definirsi un collettivo) si nota una inevitabile evoluzione. Più misurato e forse un po’ timido è il primo album Desert troll del 2010: qui il gruppo alle sue prime prove di ginnastica sonora sembra tentare il percorso, saggiare la tenuta degli arrangiamenti, misurare le proprie forze. La stoffa c’è già e si sente, magari ancora un po’ acerba, un po’ scolastica, ma pronta e agile (e la cover dei Tribal Tech, Space Camel, scopre non poco le carte). La ritmica è composta da giovani leve emergenti del jazz ticinese, freschi di studi musicali, che non risparmiano un grammo di energia. Il duo Matteo  Finali – Max Pizio al timone della band porta nel progetto la propria concretezza e l’indubbia classe.

Con Uncle Joe’s Space Mill del 2014, si inizia ad intravvedere un’evoluzione estremamente personale. Finali, sempre supportato da Pizio ma affiancato ora da un quartetto di strumentisti ben  lucido, maturo e ambizioso, inizia una originalissima esplorazione di moduli ritmici d’origine nordafricana e magrebina. L’impasto elettrico-tribale è qui declinato dunque in una direzione forse un po’ meno «funk», ma non per questo meno godibile né coinvolgente. Sta in questa virata, che impone una decisa svolta alla poetica della band, il tratto ancora oggi più interessante del loro stile.

Il terzo disco, Three Sails, del 2015, segna un’evoluzione non tanto nel repertorio quanto nell’espansione dell’organico. I fiati della front line sono ora due, tromba e sassofono: i brani tratti dal «mulino spaziale dello zio Joe» risuonano ora con una nuova quadratura, una forza tranquilla nell’espressione. Come se, trovato il modulo più affidabile e sostenibile, la band esplorasse la personalità di ognuno dei pezzi con una autorevolezza e con una calma degna di nota. La souplesse è perfettamente palpabile osservando le riprese live della registrazione, che sono contenute in un DVD allegato alla pubblicazione.

Il 2016 è per Final Step l’anno della consacrazione: uno di quegli eventi che hanno dell’incredibile si verificano e permettono al gruppo di salire sul palco di Estival Jazz. Il collettivo ha quindi modo di esprimere tutta la sua potenza di fuoco in una dimensione musicale finalmente ampia e complessa: tanto meritava indubbiamente il calibro dei brani e la forza raggiunta dagli arrangiamenti. Inevitabile che lo splendido quanto inatteso concerto dia luogo a una performance stupefacente. Fissarla su CD è la scelta più logica, storica e irripetibile. E il disco esce proprio quest’anno.

Da qui Final Step parte per una nuova avventura, per un’esplorazione creativa che si va facendo sempre più chiara e definita. Usciti dalle tracce dei maestri i ragazzi veleggiano ora alla volta di nuovi paesaggi musicali, con la ferma determinazione di lasciare una traccia personale. La rotta è disegnata sulla mappa di un progetto collettivo. Sfrutta le risorse di un genere che mostra non soltanto di essere perennemente vitale, ma anzi, di saper prestare le sue risorse a forme musicali nuove e inattese. Lunga vita alla fusion, dunque, e buona navigazione a Final Step. Li aspettiamo al ritorno, per godere i frutti della loro scoperta.                                                                                                  

Alessandro Zanoli